Lo spinello finisce in fretta

(Da “Gente di Santa“, cap XVII)

Sono le tre di notte passate, ma il Belvedere di Monte Urpinu è ancora brulicante di gente per nulla assonnata. Quasi tutti stanno dentro le auto parcheggiate a bordostrada. Molte sono coppiette, tanti altri si dedicano allo sballo. Attorno ad alcune macchine cogli sportelli aperti fanno capanna piccole cricche. L’odore di hashish vola nel vento. Le voci si sovrappongono e si confondono componendo sinfonie disordinate che nessuno saprà più ripetere. Lingue diverse s’intrecciano nei discorsi, si inventano nuove parole.

Sono tutti giovani. Dai diciotto ai trent’anni il novanta per cento. Certi fighetti stanno in motorino o sulle Smart. Vestono precisi e hanno tagli alla moda troppo uguali. Sono replicanti. Eserciti di principi coi re come loro schiavi. Hanno certe facce che Giuliano prenderebbe a cazzotti dalla mattina alla sera. Sono una razza a sé. Ma c’è anche tanta gente comune a cazzeggio. Giuliano sta in macchina di Renato. Siede davanti e si strofina il naso ogni tre secondi. Con loro ci sono anche Mauretto e Antonello. Pippano, a giro, sulla custodia rigida di un cd masterizzato. Bagnano le sigarette sulla coca e fanno girare le ‘cinesine’, due tiri a testa. La radio dà forte una canzone di Gianna Nannini: “Meravigliosa creatura…”.

I ragazzi hanno chiuso il banco alle due. Il Belvedere è solo una tappa, l’idea è di andare a cercare una birreria aperta e fare l’alba. Vedere figa. Ultimamente Giuliano dorme poco. La coca lo manda un po’ in paranoia. Ma lui la scaccia e ci tira tutto lo stesso. Quando il troppo pensare lo deprime cerca qualche sua amica, le offre un paio di strisce e lei magari gli dà qualcos’altro. Non sempre ma talvolta un po’ di roba ci scappa. E’ uno scambio equo. Ma nemmeno questo lo soddisfa. Anche lui ha l’idea fissa di partire. Vorrebbe andare a Londra o in Spagna. A Barcellona, perché gli hanno detto che si sta da Dio e che le ragazze sono molto più disponibili.

Cagliari l’ha stufato. Ha visto tutto in città. La routine lo massacra. Giuliano lo sospetta, che finirà come Giuseppe. Finora se l’è scampata, nemmeno lui sa come ha fatto. Per quante ne combina pare un miracolo che ancora non stia dentro. Solo qualche richiamo all’ordine per qualche piccola fesseria. Ma ora ha diciotto anni e le scuse non reggono più. La legge ora fa paura. Ma il gioco vale la candela, altrimenti le tasche sono sempre vuote. A Giuliano rimbombano in testa le prediche di Maria. “Se entri una volta in galera ti sporchi per sempre”, gli ha detto.

Giuliano prende il cd, arrotola meglio i venti euro e cancella la sua striscia. Si massaggia la narice e passa dietro a Mauretto. Prende la cinesina, si fa i due tiri e la porge dietro. Lo stagno è sotto di loro. A destra la Sella del Diavolo e da lì, prima il Poetto e poi il Golfo a perdita d’occhio. Giuliano osserva la processione luminosa delle auto nel viale. Quando le macchine che procedono nei due sensi si incrociano sembrano giganti lucenti che passeggiano. Le vite di tutti. La fretta di fare. Le cose del mondo. La notte nell’aria. La musica dentro. Le palpebre che sbattono. Le parole dette e quelle pensate. L’amaro in bocca.

“Ah! Mi femu scarescendi – dice Antonello – imoi si dongu una cosa chi m’ant arregalau”. E così si fruga in tasca ed estratto il portafoglio ne cava un involucrino di cellophane trasparente. Ride un po’, con una faccia misteriosa che ha quasi del disgustoso.

“Eita est?”, chiede Renato, guardandolo dallo specchietto.

“Un paio di trippini, me li hanno regalati stamattina”, risponde al volo Antonello. “Ddu boleis unu?”

“Tira a casinu”, risponde Renato. “Ne ho preso uno una volta e femu bolendi. Mi seu scimprau a tipu scìmia. Antzis, a tipu pudda. Esperienza balorda. Lassa perdi. Molla”.

“Ddu bolis tui?”, chiede a Mauretto che fa un no disgustato.

“Non mi praxit, tropu machìmini”, dice Mauretto e chiede una sigaretta a Giuliano che subito gliela passa dal cruscotto. “Dai, giro una canna con quel poco poco erba che mi è rimasta e andiamo a bere”, e presa la sigaretta la apre e la butta nel cocco che ha affianco, dove sta un bocciolino. “Antone’ ataca totu, fùlia!”, dice mischiando tabacco e erba.

“Giuliano lo vuoi tu uno?” chiede infine, già sospettando l’ennesimo no. Invece Giuliano allunga la mano e si ritrova sul palmo un piccolo francobollino giallo con un sole rosso splendente. Ha provato un po’ tutto Giuliano, ma il trip chissà come ancora non l’ha preso. Anzi, ne ha preso uno svanito e gli è sembrato nulla. Perché era nulla. Ma ha pensato che in fondo il trip sia così. Nulla. Ora non ne ha voglia, ma magari domani lo prenderà. Ha sentito tante storie sull’acido, ognuna diversa, molte interessanti, altre tremende. Pensa che sia giunto il momento di provare anche lui. Ma non se la sente di dire che non l’ha mai preso. Anzi dice sempre che l’ha preso e che non era granché. E ora agli sguardi degli amici risponde con un’alzata di spalle dicendo: “Lo regalo”.

Lo spinello finisce in fretta. La macchina parte che pare il decollo di un jet. La notte è liquida. La città è morbida. La gola è secca. La radio manda canzoni sconosciute che finiscono in fretta. Renato guida fino al centro città. Via Roma è calma come una vecchia pazzoide sedata.

 

(Roberto Mura, settembre 2007)

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Fede si molla

(Da “Gente di Santa“, cap XVI)

Fede di pomeriggio ha pulito tutto, ha fatto la lavatrice e ha steso la roba. Una piccola madre di famiglia. Ed un po’ ci si è ritrovata pure, e non si è stancata, perché l’ha fatto per i suoi. E i suoi li ama come se stessa. Era sola in casa: Maria era via perché la signora che tiene è morta in mattinata. Signora Tina, poveraccia. Fede non l’ha mai vista ma la mamma al telefono piangeva, e allora significa che in fondo era una brava donna. Nonostante certe volte Maria dicesse: mi fa impazzire. Brutto colpo, forse Maria perderà il lavoro e sarano guai. Anzi, casini che a immaginarseli uno sta male. Manuel invece è rimasto a mangiare da Efisino il vecchio, a Borgo, e Marco ha fatto il rientro pomeridiano a scuola. Giuliano è uscito subito dopopranzo senza manco fiatare. Chissà che doveva fare. A Fede è venuto pure il mal di denti: s’è presa una bustina di Aulin. Ma già l’effetto è svanito e il dolore la tormenta. Se non le passa dovrà andare dal dentista. Lei odia il dentista. Le viene la tremarella solo a pensare di aprire la bocca in sua presenza. Eppure per quella carie che ha nel molare non c’è altra soluzione. Trapano, apiratore, forse devitalizzazione. Magari solo otturazione. Nervosa com’è, Fede non ha preso bene la chiamata di Diego che l’ha invitata in pizzeria. Non molla proprio. Fede è fredda e cerca di farglielo capire con le buone, ma alla fine dovrà parlare senza peli sulla lingua. Deve studiarsi un discorso che vada al punto e che non lo faccia andare su tutte le furie. Non che lo tema veramente, il suo ragazzo, solo che quella storiaccia che sua madre ha sentito da Armandina le è rimasta in testa come una nuvola scura. E se alzasse le mani pure con lei? Impossibile: non lo farebbe almeno per rispetto di Giuliano. Ma chissà: Diego è più grande e forse è lui che da Giuliano pretende rispetto. Che non stia pensando di convincerlo a rimproverarla? Ma no, Giuliano non si metterebbe mai in mezzo. E finora l’ha sempre difesa. Che gliene sbatte di Diego? Mica può decidere lui quel che Fede deve fare o non fare. Diego non ha neppure creduto al mal di denti, le ha detto che era una scusa per non vederlo. E lei giù a ripetere che il dolore ce l’ha davvero, e che lui è solo uno stupido. Chissà come, però, ha accettato di vederlo lo stesso. Alla terza chiamata e dopo un bel po’ di ‘vai a quel paese’. Ma se il mal di denti persiste Fede ha detto che non mangia. Mica è stata così chiara come aveva sperato, Betti. Anzi, con quel bacio a cui ne sono seguiti altri le ha solo incasinato i pensieri. Scompigliato le carte. Betti dice di fregarsene, di prendere Diego per quello che è e di lasciarlo cantare. Di starci finché ne ha voglia, e di mollarlo se la noia è maggiore del divertimento. Anche questa è chiarezza, è vero, ma lei si aspettava qualcosa di diverso, un parere netto, un sì o un no, insomma. Qualcosa alla Betti, che invece non è proprio una Betti come Fede immaginava. E’ una Betti matta furiosa. E non si aspettava i baci, Fede, né tantomeno la sua reazione. Quella cedevolezza che ora la tormenta quanto il mal di molari. Però Betti ha detto che ci sta ad andare al Serpente Marino. Magari a fine settimana. Ha detto che la richiama. E che spera si cucchi. Ma un po’ Fede ha paura, perché chissà come andrà e chissà se Betti proverà nuovamente a baciarla. Fede ha la pelle d’oca. Non è lesbica, questo no. Ma quel bacio ha aperto per lei strani orizzonti. Ora si fa domande per cui non aveva preventivato risposte. Neppure a cercarle ne trova. In memoria non ha registrato nulla. E non ha nessuno a cui parlarne. Sono cose molto personali e delicate, queste. O magari sono cavolate a cui non bisogna pensare tanto. Semplici colpi di scena da vivere senza farsi trascinare troppo in là. Onde per cui bisogna saper nuotare o trattenere il fiato finché non son passate. No, Fede non bacerà nuovamente Betti. Ed allora chi bacerà: Diego? Quello stupido che più stupido non si può? Ma perché non ha insistito col mal di denti? Nella prima mezz’ora con Diego va tutto bene. Lui è gentile. Ma di quella gentilezza untuosa che hanno i cani che prima t’hanno morso e se non stai attento ti rimorderanno. Fede non mangia, niente pizzeria. Diego va dal caddozzo dell’Ossigeno e si prende un panino con salsiccia e patatine e una birra in lattina. Fede vuole un’aranciata. Il mal di denti non le è passato. Si tiene la guancia destra con la mano. Pare offesa. Sta in silenzio e cerca di organizzarsi un discorso credibile. Deve fare un po’ l’equilibrista. Diego cadrà dalle nuvole. Ma Fede non può fare altrimenti. La loro storia è carne che puzza, anche se lui si tappa il naso e sorride e parla con un’alito talmente schifoso che a Fede viene il vomito. Tiene lo stereo alto e a lei viene anche il mal di testa. Sta per scoppiare. Chiede di abbassarlo e lui dice: “Non ti piace questa canzone?” Lei dice: “No”. E’ stanca e vuol trientrare a Santa. Lui dice: “Non ti va bene nulla. Hai qualcosa da nascondere”. Ma Fede non casca nel tranello, dice solo: “Voglio tempo, credo di non provare più niente per te”. E caccia fuori la testa dal finestrino per respirare aria fresca.

(Roberto Mura, settembre 2007)

Manuel va a pescare dietro il Lazzaretto

(Da “Gente di Santa“, cap XV) Dopo il pranzo chiarificatore da Efisino il vecchio Manuel è andato a pescare dietro il Lazzaretto. L’attrezzatura gliel’ha data lo stesso Efisino. Poca roba, quel che serve per pescare dagli scogli del lungomare. Un pezzo di sughero con un bel po’ di filo arrotolato, un piombo nella lenza fermato da un moschettone, un terminale di filo più fine con l’amo. E un retino. Efisino gli ha dato anche un rocchetto di filo fine e alcuni ami e piombi, di modo che se incaglia può rifare la paratura. Gli ha insegnato anche i nodi: a barilotto quello per l’occhiello e ad asola quello per la paletta dell’amo. Il primo è semplicissimo. Bisogna far passare il filo nell’occhiello, fare un’asola e attorcigliare per quattro volte il filo sopra l’asola, lasciandola libera. Qui andrà inserita la parte terminale del filo. Poi basterà tirare e il nodo si stringerà da sé. Il nodo della palettà è un po’ più complesso. Bisogna fare un’asola e poggiarla all’amo tenuto tra le dita in verticale. Poi bisogna attorcigliare cinque o sei volte il capo di filo libero di modo che asola e gambo dell’amo si fissino tra loro, e infine far passare il capo dentro l’asola e tirare. Ed ecco tutto.

Marco ha imparato al volo. Vuol fare il pescatore mica per nulla, lo sa che i nodi sono fondamentali. E bisogna essere meticolosi, perché è davvero pessimo perdere un pesce per colpa di un nodo eseguito male. Per esca Efisino gli ha dato un po’ di tremuliggioni dentro un rotolo di giornale. Per prenderli deve spremere pian piano il loro morbido guscio da una parte e il gioco è fatto. Sono le quattro, il sole è alto e caldo. Ma non distruttivo, e Manuel può resistere. Innesca, srotola il filo dal sughero e lancia lontano quanto può. Ha cercato un posto abbastanza profondo, almeno così sembra dal colore dell’acqua. Deve tenere sempre il filo col dito, e ferrare con forza se il pesce abbocca o becca spesso. L’amo non è grosso, così può prendere qualche sarago e qualche sparlotta. Ma è abbastanza resistente, di modo che se un’orata decide di ingoiare il boccone, Manuel potrà bucare la sua bocca dura e combattere con buone possibilità di tirarla a riva.

Già dopo un minuto di pesca Manuel sente una bella beccata al filo. Ferra e in poco tempo, stando attento a seguire le indicazioni di Efisino – cioè: non ingarbugliare il filo tirando in fretta e furia, ma recuperare con la destra e arrotolare con la sinistra, dolcemente – si assicura una sparlotta lunga un palmo e mezzo dalla punta della testa all’estremo della coda. Manuel si guarda intorno, orgoglioso: certo il pesce è proprio piccolo, ma come inizio non è niente male. Gli leva l’amo e lo infila nella busta di plastica azzura che Efisino gli ha dato.

Le piccole onde del mare riflettono la luce del sole come eserciti di lunghissimi specchi sottili e deformanti. Quanta acqua c’è, nel mare, pensa Manuel, tanta quanta terra c’è nel mondo o anche di più. Manuel già si vede solcare l’immensa pianura blu con la sua barca attrezzata per pescare i pescespada. Efisino gli ha detto che coi palamiti può capitare di prenderli, e che in certe stagioni sono la preda per cui si va in mare. Si parte la sera e si rientra la mattina. Tutta la notte la si passa tra le onde. E se il mare è tempestoso si può star via per giorni. Chi va in mare sa quando esce ma non sa quando torna, dice sempre il vecchio Efisino. I pescatori non hanno orari. Non timbrano cartellino. Vivono alla giornata. Ma vivono emozioni che chi non è mai stato per mare non potrà mai capire.

Passa pochissimo che Manuel sente di nuovo beccare, ferra con la destra e, dopo un piccolo combattimento, guadina un sarago della stessa taglia della sparlotta che ha appena pescato. Sperava in qualcosa di più grosso, visto che stavolta il pesce ha tirato di più. Con la fretta di salparlo Manuel ha ingarbugliato un po’ il filo, ma niente di grave, si può rimediare. Anche stavolta leva l’amo alla preda e la mette insieme all’altra nella busta. Il sarago fa i suoi ultimi salti all’asciutto, e Manuel guarda di sbieco nella sua direzione per vedere se la busta è ben chiusa.

Passano una ventina di minuti in cui Manuel avverte beccate ma non riesce a fregare i pesci. Puntualmente gli puliscono l’amo e se ne vanno senza rimanere impigliati. Sono furbi, pensa lui, che sa di dover essere paziente e fiducioso. Efisio gliel’ha detto: è duro il mestiere del pescatore. Fiducia e pazienza devono procedere sempre insieme come i binari del treno. Se uno dei due manca il treno deraglia, o non parte nemmeno. Ed allora Manuel rinnesca e rilancia, là dove un momento prima ha avvertito le beccate. Finalmente succede qualcosa: una bella beccata e, dopo la ferrata, il filo si tende. Manuel gonfia il petto, emozionato. Si concentra nel recupero e si ripete: fiducia e pazienza. Il pesce punta verso il largo, poi scende a fondo, cerca vie di fuga a destra e a sinistra. Poi, sottoriva, muove veloce la coda per cercare scampo in qualche anfratto tra gli scogli. Ma Manuel è scaltro e riesce a impedirglielo. E’ un bel sarago di due palmi abbondanti. Stavolta il retino è stato fondamentale per evitare al pesce di rintanarsi sotto i massi. Manuel sorride infilandolo nella busta coi compagni di sventura. Efisino il vecchio ha ragione: è proprio bello fare i pescatori.

 

(Roberto Mura, 2007)

Marco va in rete

(Da “Gente di Santa”, cap XIV) Il rientro pomeridiano per Marco è sinonimo di divertimento. Fare educazione fisica significa niente compiti e soprattutto giocare a pallone. Quella non è scuola, è una vera figata. Stare in campo lo trasforma, lo carica di energia, gli dà voglia di parlare e ridere. E’ una sorta di miracolo che lo riconcilia col mondo. La partita: dev’essere stato proprio un genio l’inventore del calcio. Per le altre cose Marco preferisce star solo, ed ha come l’impressione di non riuscire a condividere le sue cose con gli altri. Specie da che Sergio, il suo compagno di banco fin dalla prima, si è trasferito di scuola. Con lui aveva legato davvero. Lui era il suo unico amico-amico. Ora invece Marco è spaesato, stordito, e gli pare di non poter trovare mai più un amico del cuore.

Marco è un attaccante nato: un bomber d’altri tempi, uno da album delle figurine. Perciò vuole stare avanti e segnare, e si arrabbia e tutte le viscere laggiù gli si contorcono quando il maestro lo mette in difesa. E’ un affronto troppo brutto, uno spreco da matti. Ed allora diserta e si lancia in attacco, sbuffando come un toro infuriato, e se il mister lo rimprovera lo manda a quel paese col braccio. Così anche i compagni, anche se di loro ha maggiore rispetto. Quando la vince, e finalmente lo mettono punta, urla e chiama palla da qualsiasi parte del campo e dice talmente tante parolacce che il maestro deve minacciare la sostituzione per farlo smettere. Ma anche così, i risultati sono scarsi. In panchina, poi, farebbe un macello. Magari piangerebbe e il maestro si sentirebbe colpevole e cattivo. Ma lo sport è anche questo, e quel diavolo di un bambinastro deve capirlo.

Marco recupera palla, fa due passi, scarta l’avversario sulla destra e lancia lungo sulla sinistra un compagnetto, che però perde il contrasto. Marco urla e dice: “Ma cavoli, dalla!” Perdono uno a zero, il gol l’ha fatto di testa l’attaccante dopo una respinta maldestra del portiere. La partita è confusa, Marco sta in difesa e ne ha le scatole piene. Ma perché l’allenatore è così cocciuto? E perché Vincenzo si mangia tutti quei gol? Se potesse giocare in attacco la vedrebbero gli avversari: li punirebbe ogni volta che fanno un errore. E invece deve entrare in scivolata e mandare in calcio d’angolo l’ennesima incursione di Nicola, che batte rapido ma fortuna che Ilario stavolta esce bene.

Il portiere rilancia lungo, Vincenzo dialoga con Luca, poi riprende palla e tira: parata! Marco si batte la coscia, ancora un’occasione mancata. Se la partita finisce così quelli lì sfotteranno per tutta la settimana. Deve passare in attacco, deve segnare. Il difensore avversario ha fatto fallo di mano poco fuori dalla sua area. Batte Nino, che ha una bomba. Tira bene, Pino devia ed è rete! Uno pari, finalmente. Marco corre e saltando come un grillo abbraccia il compagno. “Vai che vinciamo!”, grida tirandogli la maglia.

C’è un gran caldo. Marco è sudatissimo. Si avvicina alla panchina e si fa dare un po’ d’acqua. Mancano cinque minuti alla fine della sfida. Marco chiede per favore al mister di metterlo davanti. Solo per stavolta, dice che se oggi lo fa andare la prossima partita nemmeno lo chiederà. Giocherà zitto zitto in difesa e non dirà nemmeno una parolaccia. L’allenatore guarda il cronometro. In effetti la gara è finita. E sebbene Marco non si comporti poi tanto bene con lui, cosa gli costa accontentarlo? Ci pensa su un attimo, chiama Vincenzo indietro, guarda Marco e gli dice: “Vai!”

A Marco non sembra vero. Sono cinque minuti, ma adesso è libero di mostrare quanto vale. Il portiere avversario rinvia, Marco rienta a centrocampo a contrastare, tocca palla e la dà indietro. Ora è il suo difensore che può rilanciare, ma lo fa sulla sinistra, dove sta Nino, che prova a scartare ma perde palla. L’azione riparte da Giorgio, il difensore avversario. Giorgio serve Emilio, che poi passa avanti ma la palla è in fallo laterale. Batte Vincenzo, indietro sul portiere. Ilario rilancia lungo ed ecco Marco che stoppa, col marcatore che gli sta dietro, incollato. Marco deve voltarsi, è spalle alla porta. Nino si smarca e gli viene incontro, Marco lo serve e scatta avanti per chiudere la triangolazione. Nino gli appoggia piano la palla su un piatto d’argento. Marco è solo davanti al portiere: una finta, una seconda finta, il portiere è a terra. Marco può sistemare la palla di piatto nell’angolino destro. E’ rete.

“Gol”, urla Marco che corre per tutto il campo e si toglie la maglietta e la fa ruotare. Immagina di stare in pieno Sant’Elia, contro il Milan o la Juve, o l’Inter. Ed il popolo dello stadio urla il suo nome, e il cartellone si illumina ed è ancora il suo nome a campeggiare a lettere luminose, ed i telecronisti impazziscono. E’ festa, è festa, Marco ha segnato, Marco aveva ragione, è un attaccante nato. I compagni gli sono addosso, festeggiano con lui, dicono: “Grande Marco”. Lui raggiunge l’allenatore e si bacia il dito indice e glielo punta contro. Un po’ è una dedica, un po’ è una rivalsa, un po’ un avvertimento.

(Roberto Mura, settembre 2007)

Signora Tina è morta alle undici esatte

(Da “Gente di Santa“, 12 cap)

Signora Tina è morta alle undici esatte. E’ spirata dopo due ore che russava. Maria si era accorta, però, che il suo sonno non era normale. Era un rantolo cupo e continuo. Ed allora ha chiamato Elisabetta, che è arrivata in mezzora. Più tardi è giunto anche il marito, Orazio, che è un direttore di banca ed ha una grandissima pancia. E’ un po’ maiale, e più di una volta si è svisato Maria. Aspettava forse un cenno che non è arrivato.

Orazio e Elisabetta hanno i soldi da buttare, tutto un altro mondo rispetto a quello di Maria. Elisabetta ha pianto un po’, tanto per stropicciare il fazzoletto. Troppo poco, come a teatro per una storia drammatica ma non profonda al punto giusto. Maria invece è triste e pare che la mamma sia sua. Una mamma scoperta per caso. Signora Tina, seppure talvolta sia stata strega e forse dispettosa, l’ha lasciata con un addio incredibile. Col regalo più grande che a Maria abbiano mai fatto. Un dono che nemmeno si sognava. Maria sta zitta, dice che piange perché signora Tina era una brava donna ed ora le mancherà. E lo pensa davvero, pure se alla figlia non può raccontare nulla.

Ora dovrà cavarsela, ripartire da zero. Anzi da uno. Deve cercare un altro lavoro, tanto che è già preoccupata e i suoi pensieri si rincorrono e sbattono l’uno sull’altro come biglie impazzite. Elisabetta le ha fatto capire che per qualche giorno la terrà perché dia una mano a sistemare tutto, ma che poi dovrà licenziarla. Forse l’aiuterà a trovare una nuova sistemazione, così ha detto a mezza voce, ma Maria sospetta che siano parole di circostanza. Dette per anticipare qualsiasi domanda e acquietare qualsiasi pretesa. Più probabile che quella chiamata non giunga mai. Maria telefona per il necrologio, per la bara e per i fiori. Sono quelle cose burocratiche che lei odia. Ma Elisabetta dice: “Sai com’è, sono un po’ stravolta, non ho testa, pensaci tu”. Chissà da quanto aspettava la morte della madre per pigliarsi tutto, anche se di soldi di certo non ne ha bisogno. Ma è sempre così: chi più ha più vuole. Maria non ha mai potuto soffrire la figlia di signora Tina, e la cosa è reciproca. Elisabetta ha sempre creduto che tra la madre e Maria ci fossero dei segreti che a lei in qualche modo sfuggivano, e non aveva tutti i torti.

Forse c’era anche un affetto e un calore che tra lei e la madre, per via della loro condizione di borghesi gelidi, era venuto a mancare con gli anni. Nonostante signora Tina fosse ricca, aveva sempre tenuto un’aria popolare, parlava in sardo e si considerava una stampacina doc. La vita le era andata bene, la fortuna le aveva sorriso, ma non aveva mai dimenticato le sue origini umili, le fatiche, la guerra e di quando aveva un solo paio di mutande e la sera le lavava per rimettersele pulite la mattina. Ed un giorno gliele avevano rubate ed era rimasta senza e sotto la gonna il fiore stava all’aria. Bei tempi di gioventù. Agende dei ricordi scritte in fretta e furia con l’inchiostro della vita. La prima volta che signora Tina aveva fatto l’amore con suo marito stavano in un alloggio di fortuna – perché la casa dei suoi genitori l’aveva centrata una bomba e lei e il suo sposo casa nuova ancora non se n’erano presi – e sua sorella dormiva nel letto affianco. C’era un odore di pane che veniva dal panificio sottocasa e Tina aveva fame. Avevano fatto tutto in silenzio, e sua sorella non si era svegliata. Ma comunque aveva otto anni e pure da sveglia non avrebbe capito.

Signora Tina quando era giovane lavorava alle poste, e suo marito era un bravo orafo. Non le aveva fatto mancare nulla. In chiesa stavano a mano presa. Lui era tanto devoto alla Madonna, e diceva sempre a signora Tina di essere un po’ innamorato della madre di Gesù. Le chiedeva di non essere gelosa e lei gli rispondeva: “Non preoccuparti, sono contenta di quest’amore”. Poi un giorno lui s’era accasciato in chiesa, vicino alla sua bella Madonnina. E sorrideva. E signora Tina ha pianto come una bambina ma poi per il resto della vita è stata contenta che fosse andata così, e che suo marito fosse morto circondato dai suoi due amori. Lei e la Madonna.

Signora Tina è composta sul suo letto, con un vestito blu scuro elegante e una camicia bianca e calze bianche. Le scarpe sono nere, chissà da quanto tempo non le indossava. Ormai calzava solo le pantofole. I suoi piedini sono piccolissimi, un trentaquattro appena. Il suo viso è disteso, i suoi capelli perfettamente acconciati, raccolti in una treccia e fermati da alcune forcelline. Maria l’ha pettinata per l’ultima volta. Piangeva e pregava il Signore. Parlava in silenzio a signora Tina e ripeteva: “Grazie, grazie davvero”. E quando Elisabetta le stava vicino la odiava un pochino. Ma poi si diceva: ognuno è fatto a suo modo.

La messa è fissata per l’indomani pomeriggio nella chiesa del camposanto di San Michele. Una cosa rapida e indolore, e poi la bara sparirà in fretta e furia in un loculo anonimo al terzo o al quarto piano sigillato col silicone. Magra la fine degli esseri umani. La morte lascia sempre grandi vuoti che gli uomini riempiono con infiniti punti interrogativi. Qualcuno li chiama Dio.

 

(Roberto Mura, settembre 2007)

Giuliano e Bumba sono passati dal Topo a prendere il fumo

(Da “Gente di Santa“, XII cap)

Giuliano e Bumba sono passati dal Topo a prendere il fumo. Due pani. Sono andati presto, alle dieci meno un quarto, con la Golf nuova del fratello di Bumba che intanto dormiva. Poi subito a fare commissioni. A Bumba piace correre, e guidare col braccio fuori dal finestrino, ma Giuliano l’ha rimbroverato dicendogli: “Non c’è fretta, vai tranquillo che facciamo in tempo a fare tutto”. Ma Bumba nemmeno l’ha sentito. La radio dà una vecchia canzone degli U2 quando Bumba parcheggia al parchetto della Fonsarda. Scende solo Giuliano, che deve consegnare mezzo pano allo Scenziato, che abita in una mansarda poco lontano.

Ha già il caffè pronto e ne offre una tazzina a Giuliano, che la beve in fretta perché altrimenti Bumba se la prende e ce lo fa tornare nel cunno. E’ buono ma resta un po’ aspro nonostante i due di zucchero. Ed è quasi freddo. Lo Scienziato parla sempre a mitraglietta perché è un pasticcomane indiavolato che s’è bruciato il cervello. E’ un patito di musica house e harder time, discoteche, hafter e rave. E’ un po’ rincoglionito, insomma. Ma è simpatico e con Giuliano fa sempre buoni affari, e paga puntuale che pare uno svizzero. Tira giù la tanitta dal mobiletto dello stereo e pesa il suo pezzo. Apre un cassetto, prende qualcosa come poco più di seicentocinquanta euro e li dà in mano a Giuliano che li fa sparire in un nulla. I due si guardano e, dato che non c’è poi chissà cosa da aggiungere, lo Scienziato accompagna il suo fornitore alla porta, riprendendo un discorso inutile che è solo un riempitivo per ammazzare il silenzio e che che l’altro recepisce a mo’ di ronzio di zanzara.

“Buona vecchio!”, lo saluta Giuliano lanciandosi giù per le scale.

“Buona zio!”, gli risponde lo Scenziato serrando la porta.

Giuliano cammina veloce. Bumba lo aspetta con lo sportello aperto, fuma una sigaretta a grandi boccate alternate a pesanti colpi di tosse. Sono i postumi di una sbronza sudaticcia di qualche notte prima. Giuliano monta in macchina e mentre il giornale radio vomita notizie sugli eccidi del mondo e sulle pessime macchiette della politica italiana e di chissà dove, i due marciano lesti verso il colle su di via dei Grilli a Pirri. Al semaforo c’è fila, Bumba non ha pazienza e strombazza. Poi dice: “Che rottura”, e si calma. In zona sta un altro amico di Giuliano, il Cavaliere, che ha per base una piccola cantina fumosa piena di mille bottiglie vuote di superalcolici e di libri gialli di autori difficilissimi da pronunciare.

Stavolta scende anche Bumba, perché il parcheggio è tranquillo e di starsene solo s’è rotto. In due minuti saranno fuori. Anche il Cavaliere è un buon compratore e venditore, e prende mezzo pano ogni tre giorni. Non è tanto, ma non ha mai fatto casini ed è sempre pulito e discreto, seppure si prenda certe sbronze da coma. E’ proprio innamorato della bottiglia. L’alcool per lui è come l’aria. Giuliano ha provato a dirgli di prendere direttamente un pano alla settimana, ma il Cavaliere è testardo e dice che così si incasina meno. Sono calcoli complessi che ha già fatto, si giustifica, senza scendere nei particolari. Giuliano pensa sempre che sia scemo, ma alla fine lascia perdere. Basta che paghi va tutto bene.

Col Cavaliere c’è una ragazza magra coi capelli biondi e lunghi. Ha il piercing alla lingua e due occhi talmente blu che di certo ha le lenti colorate. Fuma un carciofone che brucia malissimo. Lo passa ai ragazzi, ma solo Bumba fuma, tossendo peggio che mai. Passa la canna a Giuliano mezzo bestemmiando, ma visto che quello rifiuta e che il Cavaliere è lontano che pesa il suo pezzo, in una nuvola di fumo il porro ritorna in mano alla bionda. La scena del pagamento si ripete tale quale a prima, tranne che i soldi del Cavaliere sono di taglio più piccolo e stropicciati. Ma sono giusti. Bumba e Giuliano salutano e lasciano la cantina, commentando sulla bionda di turno. Per Giuliano era pure passabile, per Bumba magari da sbronzo.

L’ultima commissione da fare è a Monserrato, dal Moscone. E’ uno che viveva a Santa, e che si è trasferito dopo che si è sposato. Giuliano ogni volta che gli porta il fumo dice: “Questa è l’ultima volta, la prossima vieni tu che non sei cancarato”. Ma alla fine il favore glielo fa sempre. Il Moscone fa il manovale nell’impresa del suocero, e vende solo agli amici, gran parte se lo fuma. Ora è praticamente fuori da ogni giro. E per Giuliano è un amico. E’ capitato anche che il fumo lo prendesse a fido e che saldasse il conto il giorno di paga. Ora è qualche tempo che non va al lavoro per una microfrattura a un dito del piede. Gli è caduto un mattone sulle dita, un giorno che faceva un carico fuori dall’orario di lavoro e con le scarpe sbagliate. Dice che mai più si azzarderà a sollevare mattoni senza scarpe antinfortunistiche. Ha visto le stelle. Dato che è in pausa fuma il doppio. Da che si alza a che si addormenta non fa altro. Fuma anche la moglie, che ha trent’anni e che ancora non è mamma. Ma il Moscone dice che stanno mettendo in cantiere un Moscerino, anzi un Moschettiere. Apre la porta in mutande dicendo: “Posta?”

(Roberto Mura, settembre 2007)

Betti parcheggia al Poetto

(Da “Gente di Santa“, XI cap)Fede s’è alzata alle nove e venti e in mezz’ora ha preso due caffè. Poi ha fumato affacciata al balcone. Ha iniziato da qualche mese a fumare, ma prima nemmeno se le comprava: andava a scrocca quando gliele offrivano. Ora, invece, pare una turca, e le altre vanno a scrocca da lei. Fede si è risistemata la stanza e ha fatto i letti, nel frattempo ha ascoltato la radio a tutto volume e un pochino ha ballato. Ma di stare a casa tutta la mattina non ha voglia, perciò ha chiamato Betti e le ha chiesto se voleva passare per andare da qualche parte. E’ rimasta un po’ stupita quando l’amica le ha detto che sarebbe venuta a prenderla ad una sola condizione. E cioè per andare al mare.

Venti minuti dopo l’ok, giusto il tempo di una doccia veloce, il cellulare di Fede squilla. Sono le dieci e mezza. Fede prende la borsa con l’asciugamano e gli occhiali da sole e esce di casa. Indossa un paio di pantaloncini e una magliettina rosa di Pimpy strettissima. S’è messa un accenno di rossetto sulle labbra e un po’ di trucco sugli occhi e sulle guance. Tanto non farà il bagno. Si distenderà sulla spiaggia e parlerà. Deve dire a Betti di Diego e della noia che la tortura. Deve chiederle se lei al suo posto troncherebbe. Deve pure dirle se ha voglia, una di queste sere, di andare al Serpente Marino con Mina e Francesca.

Betti ha una Twingo rosso mattone. Porta sempre i capelli raccolti in un foulard colorato. Ce li ha mossi e non tanto lunghi, castani tendenti al rossiccio. Ha gli occhi piccoli, le ciglia finissime e un brillantino al naso. E’ una persona estremamente seria, ma quando ride fa scompisciare. Ha pure un bambino: Igor. L’ha avuto due anni fa, a diciotto anni, da Carlo che però non l’ha sposata e la tira sempre a lungo. Tanto che lei ci torna e lo molla, ci torna e lo molla. O forse è il contrario, ma lei non lo ammette. Però è libera, esce un sacco e dei rimproveri della madre se ne frega. Al bambino le vuole un bene matto. Carlo invece è un po’ freddo. Per Fede è solo un bugiardo. Ha venticinque anni e lavora al mercato del pesce di Santa. Ma voglia non ne ha, e dice sempre che parte che parte ma non parte mai. E’ solo una scusa per rimandare tutto e per far capire a Betti che per lui non è importante. E che per il bambino è meglio che si trovi un altro padre.

Fede ci ha pensato, se dovesse rimanere in cinta non lo terrebbe. Prima il matrimonio. L’ha detto pure a sua madre, ma Maria mica ci ha creduto. L’ha guardata come dire: certe cose non si possono decidere prima, stai attenta che forse è meglio. E magari ha ragione. Ma se succedesse con Diego manco morta lo terrebbe. Altrimenti se lo troverebbe sempre tra i piedi, volente o nolente. E chissà che squallore di vita le toccherebbe passare. Ora prende la pillola, ma la tiene nascosta. Non perché Maria se la prenderebbe, solo perché è una cosa sua e per il momento va bene così.

La giornata è calda. Betti è spiritosa, si vede che è in giornata di grazia. Parla del bambino e dice di lui tante cose divertenti. Dice che Carlo si perde il meglio. E che anche se non la vuole è proprio un fesso a rinunciare a tanto spasso. Ma quando lo dice è triste, e Fede non la beve. Ma Betti dice che se incontra un bel ragazzo se lo fa e che Carlo s’impicchi. E se Betti dice una cosa, alla fine la fa. Non ha catene, non ha paura, e poi Carlo non la tormenta, anzi forse è contento se lei si leva dalle scatole. Le passa ogni tanto qualche soldo, ma a malincuore, come uno che paga una multa. Betti dice che prenderli le fa venire il nervoso, ma li accetta sempre, perché il bambino ha bisogno di tante cose e lei non lavora. Per un periodo è andata a ore da una famiglia in via della Pineta, ma dice che non si trovava tanto bene e se n’è andata. O magari è il contrario, ma Betti non lo ammetterebbe mai.

Betti parcheggia al Poetto, alle palmette. Ha una borsa un po’ freak e un asciugamano azzurro con pescioni tropicali gialli e rossi. Un paio di infradito in paglia, maglietta rossa e gonnellina bianca. Le si vede il laccio del costume azzurro legato dietro il collo. Tira fuori un pacchetto da dieci di Chesterfield light e ne offre una a Fede, che dice: ce le ho, ma la prende lo stesso. Tutte e due tengono la sigaretta in bocca finché non si siedono e stendono gli asciugamani a due metri dal bagnasciuga. C’è caldo e solo un accenno di vento. L’estate e finita, ma la giornata è bella lo stesso. In spiaggia c’è poca gente, gusto qualche coppia che passeggia e qualche cane che corre. Due ragazzi giocano a frisbee.

Betti e Fede accendono con un Bic rosso che Fede ha trovato in camera di Giuliano. Si guardano e si sorridono. “Che mi dici di Diego?”, chiede Betti, già dondolando la testa. Le legge i pensieri a quella sua piccola amica.

“Uno schifo”, risponde Fede, che vorrebbe dire uno schifoso, ma poi si trattiene. “Mi sta sempre dietro, mi chiama a tutte le ore. Anzi, fortuna che stamattina non mi ha ancora chiamato… Fede Sorride e riprende: “Mi manda messaggi da maiale. Ora te ne leggo un paio”. E mentre si accosta all’amica col cellulare in mano Betti le solleva dolcemente il mento col dito e le dà un gran bacio sulla bocca.

 

(Roberto Mura, settembre 2007)

Signor Franco Mortefamini

“E anche questa è fatta”, disse Franco sistemando lo specchio sulla parete. Aveva proprio un bell’aspetto il muro così. E che fortuna trovare uno specchio seminuovo affianco al cassonetto. “Certi giorni sono davvero propizi”, gli venne da pensare. Poteva anche gustarsi un po’ di verdura, qualche banana e un po’ di pastasciutta. C’era arrivato lui prima dei gatti, di fronte al cancello di signora Dina.

“Se lo sapesse”, farfugliò Franco tra sé e sé, contento. La frutta e la verdura l’aveva trovata dentro il cassonetto dello specchio. “Che spreco”, si diceva ogni volta che apriva una busta. Della frutta e della verdura praticamente ottime, abbandonate nell’immondezza. Fortuna che ci pensava lui. Per due ammaccature così piccoline, che spreco.

Era ora di mangiare. Aveva un bel panino. Glielo aveva regalato signora Tonina quando lo aveva visto frugare nella spazzatura. Gli aveva dato anche un colpo con le mani, quella tenera vecchia, che era una rompiballe, ma buona. Non ce n’erano tante come signora Tonina, meditò Franco mentre mordeva il suo panino asciutto e profumato. Era talmente buono che a Franco colava tutta la bava dalla bocca, ma lui non se ne accorgeva. Pensava solo a mangiare.

Franco era il primo degli abusivi della palazzina di via Sarcidano, l’aveva scoperta un giorno per caso, quando era ancora un bijou. C’era solo qualche topo da mandare via e un po’ di polvere da spazzolare. Il freddo lo sopportava bene, ne aveva patito, nella strada, altro che quello! Franco era molto ingegnoso. Il più bravo in tutta la casa dei non autorizzati. Così la chiamava lui. Quante volte aveva dato una mano d’aiuto a sistemare le cose, là dentro. Per questo tutti erano gentili con lui. Anche quando gridavano e si menavano, quando passava Franco stavano zitti. Aspettavano che si allontanasse per riprendere la bega. Salutavano tutti: mariti e mogli, vecchi, giovani e  bambini. Quei piccoli topastri che ogni tanto gli tiravano qualche scherzo. Ma sempre senza esagerare, perché se solo ci avessero provato, e i genitori se ne fossero accorti, sarebbero volati tanti ma tanti calci dove si dice che il sole non batta. Perché i buoni come Franco bisognava rispettarli.

La sveglia faceva tic tac, Franco mangiava il suo panino e sbavava felice. Nel suo cuore, perché lui aveva un cuore grande come un’anguria, il mondo era tutto un gioco, pure il ticchettio della sveglia lo era. Lui ballava ascoltando il tic tac. Se uno l’avesse visto non l’avrebbe mai dimenticato: Franco. Nella malinconia più incredibile. Non c’era niente che non sopportasse, nemmeno gli insulti che ogni tanto qualcuno gli lanciava addosso. Tutti si ricordavano della volta in cui l’avevano pestato. L’avevano quasi ammazzato, e se ne era tornato a casa frignando, ma con le sue gambe. Si era accasciato di fronte allo stabile, nella notte, ed erano usciti tutti a vedere che cosa era successo, e tutti lo volevano toccare. Dicevano a gran voce che erano stati dei veri bastardi che non sapevano fare altro che prendersela con un povero indifeso come lui. Il sangue gli colava dal naso e dalla bocca, raggrumandosi nella faccia livida, e i capelli strappati facevano di lui un mostro santo e pietoso. Ricordava quel giorno, frattanto che mangiava il suo panino asciutto e sbavava. Sbavava felice mentre la frutta e la verdura che aveva trovato ornava il suo tavolino quadrato e scorticato, e lo specchio seminuovo lo guardava dalla sua parete ammuffita.

A Franco non interessava nulla se non il calcio. Quello stupido sport da sceimi che tirano un calcio a un pallone di pezza. Franco tifava il Cagliari e conosceva soltanto Zola. Perché Zola era come Gigi Riva e Franco conosceva solo Gigi Riva. Gli altri li aveva dimenticati tutti, come tutti avevano dimenticato lui.

Il suo panino ormai era finito, ed era ora di mangiare la frutta. Anzi prima la verdura. Prese il suo coltello, il suo unico coltello, che non si ricordava nemmeno quando e dove l’avesse preso, e tagliò via ciò che proprio non si poteva mandar giù di quel finocchio. E allora, senza sale e senza olio iniziò a morderlo, ma stavolta senza sbavare, perché non è che fosse così buono. Ma bisognava mangiarlo, perché era peccato che andasse sprecato. Franco era così. Ascoltava il ticchettio della sveglia e la sua mente ballava. Rimirava con la testa china il suo specchio seminuovo, che lo osservava dalla parete ammuffita, ora bella più che mai.

Non appena finì, prese una delle banane. Tagliò via la parte nera e mandò giù il rimanente come se fosse caviale. E poi giù l’altra, questa così poco nera che a Franco si strinse il cuore per averla trovata. Poi rivolse il suo sguardo a un piccolo involucro di carta, e si ricordò della pastasciutta che aveva rubato ai gatti della signora Dina. E allora gli scappò da ridere e iniziò a sbavare. Si sollevò faticosamente per prendere una forchetta, che insieme all’unico coltello, a due cucchiai e a tre cucchiaini erano tutto il suo armamentario da cucina. Franco infatti non aveva nemmeno un piatto. Lui odiava i piatti di plastica, li odiava perché era impossibile lavarli e poi perché buttarli era uno spreco. Aveva però un bicchiere, un bicchiere filato, di quelli della nutella con Pippo che gioca a pallone. A Franco piaceva molto Pippo che prendeva a calci quel tondino giallo diviso a esagoni, gli dava uno strano senso di tenerezza, perché Pippo era un cane e si comportava proprio come fosse un uomo. Anche a Pippo piaceva il calcio, tale e quale a Franco.

Prese la forchetta e a passi piccolissimi strisciò verso la sedia. Quando fu comodo iniziò a mangiare la pasta. Senza sbavare, perché un po’ puzzava di gatto, ed era dura e fredda, e forse i gatti non l’avevano mangiata per quello. Ma lui aveva fame. I gatti sono viziati, lo sanno tutti, lo sapeva anche signora Dina, che continuava a preparargli la pasta e non gli dava mai pesce. Forse per fargli capire che i vizi portano solo noie e desideri inarrivabili.

A Franco i pesci piacevano molto, ne aveva fatto scorpacciate in passato, perché suo padre e suo zio erano pescatori. Ricordava fritture, arrosti, i ricci, le zuppe, e ricordando sbavava. E sbavando finì anche la pasta. Prese a pulire il tavolino, mentre il suo specchio seminuovo lo osservava dalla parete splendida, e la sveglia faceva un tic tac così rilassante che a Franco veniva voglia di ballare.

Per un momento pensò a signora Tonina che gli rifilava una manata. Gli aveva detto: “Ma che fai Franco, che cerchi?” Lui girandosi aveva riso, coi suoi denti neri e le labbra penzoloni, e a signora Tonina erano quasi cedute le gambe dalla nausea. Le si era strinto il cuore e aveva tirato fuori dalla busta un bel panino grande per lui, che aveva ringraziato sbavando, e lei era andata via.

Signora Tonina era brava, come tutti erano bravi con lui nella casa dei non autorizzati, e se avessero potuto gli avrebbero offerto cambara e sparedda[1] ogni giorno, ma manco loro ne avevano. Perché in quel palazzo non avevano nemmeno mutande in culo. Franco nemmeno si ricordava del sapore dei gamberoni, perché era da quando aveva quindici anni che non ne mangiava, da che il padre era morto e la madre l’aveva sbattuto fuori di casa. Anzi il patrigno, che poi picchiava la madre e lui non poteva farci niente. Perché una volta che aveva protestato l’aveva preso a pugni e calci, e la seconda volta l’aveva sbattuto fuori di casa mentre la madre piangeva. Piangeva ma era talmente ignorante che rimase con quell’uomo che non le voleva bene.

Franco passava tutti i giorni a trovare il padre in cimitero, e rubava i fiori dalle altre tombe per portarli a lui. Quando la gente se ne accorgeva, perché lui era poco furbo e si faceva cassare[2] sempre, si arrabbiava e diceva che era peccato. Qualche volta l’avevano pure rincorso, a urla. Ma per lui non era un peccato rubare i fiori, perché quella gente aveva i soldi e se li poteva ricomprare, mentre Franco era solo, senza lavoro e senza casa, e non aveva nemmeno da mangiare.

Ora che aveva pulito il tavolo si sentiva stanco, e la sveglia lo annoiava. Aveva sonno e voleva dormire, ma prima voleva fumare una sigaretta. Però non ne aveva, perché il giorno prima aveva piovuto e le cicche della strada si erano tutte sfasciate. Che peccato! Aveva un pacchetto di fiammiferi quasi nuovo, glielo aveva regalato Alessandro, quello del buco. Era bravo Alessandro, anche se ogni tanto picchiava la moglie e diceva che ammazzava tutti. A casa sua si mettevano a urlare come scimmie, e Franco non stava nemmeno tanto bene quando facevano quel casino. Lui abitava in C 1, nel seminterrato, dalla parte destra del palazzo, nell’ingresso a sinistra. Ed era fortunato, perché in C 2 non abitava nessuno e nessuno rompeva le scatole. C 2 l’avevano murato i carabinieri perché fino a Natale ci abitavano dei tossici che spacciavano eroina. I carabinieri gli avevano detto che era merda e che uno ci aveva lasciato le penne. Un ragazzino di diciassette anni che era morto di overdose al bastione come un coglione. Allora Franco decise di uscire a chiedere una sigaretta al primo che avesse incontrato, e dopo poteva anche riposarsi un’oretta. Tanto quella sera non doveva fare nulla. Aveva giusto un giornale, perché glielo aveva dato, vicino a via Sonnino, un signore alla fermata del pullman.

Appena Franco uscì vide che non c’era nessuno per strada, e che un timido sole freddo rischiarava la giornata. Dal suo seminterrato era sempre tutto in penombra. Allora andò verso B per vedere se c’erano delle finestre aperte. Ma non sembrava esserci nessuno, o erano addormentati o stavano mangiando. Di bussare non aveva voglia. Sembrava che tutto lo stabile fosse disabitato, come quando otto anni prima l’aveva trovato lui. L’unica cosa era la roba stesa ai balconi e un motorino parcheggiato di fronte al lato A, legato con una catena arrugginita. Chissà a chi lo avevano rubato. Franco decise di sedersi e aspettare cinque minuti, per vedere se passava qualcuno, e nel frattempo quasi si addormentò. In quel momento dal balcone di C 6 un pitbull iniziò ad abbaiare e lo risvegliò. Poi si sentì una voce. Era Evelino, il figlio diciassettenne di signora Rita, che si stava fumando una sigaretta in balcone. Toh, che coincidenza, pensò Franco sollevandosi. Evelino intanto lo squadrava, cercando di capire se stesse guardando lui o avesse semplicemente la testa tra le nuvole. Franco si avvicinò sotto il balcone e Evelino si sporse per guardarlo meglio.

“Evelino”, disse Franco.

“Cosa c’è Franco”, rispose il ragazzo.

“Una sigaretta ce l’hai?”

“Una sigaretta? Aspe’ un attimo che te la prendo”. Evelino si controllò nel marsupio e afferrò un pacchetto morbido di ms, poi lo lanciò a Franco. Il pacchetto era leggero e volteggiò un attimo prima di toccare terra. Il cane abbaiò due volte e Evelino lo prese a calci perché stesse zitto. Franco si chinò e prese il pacchetto, poi alzò la testa e un braccio e disse grazie. L’altro sorrideva compiaciuto mentre il cane mugolava. Un rapido sguardo tra i due fu il loro saluto e Franco entrò a passi da formica in C.

Quando fu davanti al suo ingresso si accorse che nel pacchetto c’erano due sigarette. Allora fu contento come una Pasqua. Bravo ragazzo Evelino, anche se ogni tanto si ubriacava e la mamma lo prendeva a urla e il cane abbaiava peggio di un demonio. E magari signor Paolo doveva ristabilire l’ordine a buciconis[3].

Franco prese uno dei fiammiferi dal suo pacchetto e lo strofinò debolmente sulla parte crespa, poi quasi tremando accese la sigaretta. Aspirò così forte che gli venne da tossire. Ma andava bene, aveva settant’anni e un po’ di tosse non lo preoccupava. Non aveva nemmeno la stufa in casa e ogni volta che gli chiedevano se avesse freddo alzava le spalle. Al terzo tiro di cicca si mise a piangere. Piangeva sempre quando fumava, non ne poteva fare a meno, perché l’ultima volta che aveva parlato con suo padre lui fumava. Franco sapeva che non c’entrava niente, ma piangeva lo stesso. Solo suo padre gli voleva bene ma era morto come un cane, ammazzato in una bettola per centomila lire. L’aveva ucciso un usuraio che abitava alla Marina, figlio di puttana e cornuto. Che poi non se ne era saputo più niente, perché l’avevano arrestato e trasferito a Nuoro, e poi chissà dove. Magari c’era pure crepato in carcere, quel cane. Ma lui non lo sapeva. Lui aveva sonno e non passarono due minuti che si era già addormentato, con l’ultima lacrima che gli scendeva sulla guancia rugosa e scura e la sveglia che faceva tic tac come una ninna nanna incantata, mentre lo specchio seminuovo lo guardava dalla sua parete macchiata di muffa.


[1]  Gamberi e sparlotte;

[2]  Scoprire;

[3]  Cazzotti;

 

(Roberto Mura, 2005)

Efisino parla sempre in sardo, Manuel risponde in italiano, ma questo non ostacola per nulla la conversazione

(Da “Gente di Santa“, X cap)

Vanessa per Manuel è l’idea della bellezza, un’idea magica e colorata, pura e così grande che è difficile pensarla tutta. E’ come un monte misterioso abitato da creature fatte di musica. Vanessa fa la sua classe, ma ha un anno in meno. Sta due banchi più avanti, in seconda fila, lui in ultima, a destra vicino alla finestra. Ha i capelli lunghi e neri, ricci, li tiene legati con una strettissima coda. Dietro le rimane come una morbida nuvola, dove Manuel vorrebbe affondare le mani e il viso per respirare un profumo che di certo è meraviglioso. Come di un fiore d’Africa che fa venire le vertigini. Vanessa è nera, ed è stata adottata da un maestro elementare e da sua moglie che vivono a Santa. La sua voce è una cascata di cristallo rubata alle fiabe. I suoi occhi sono calamite alla liquirizia su gusci di piccole mandorle.

La lezione di storia è una palla, la prima guerra mondiale o più o meno o chissà. La professoresa straparla, minaccia con parole importanti ma seguirla è un problema. Più interessante è guardare la nuvola. E quel profilo singolare che s’intravede. Tutti lo sanno, in classe di Manuel, che lui è colato perso. E qualcuno lo dice, tanto che parlare con lei per Manuel è diventato difficilissimo. S’impappina quando ci prova. Ha vergogna da morirne, ma tiene duro.

Manuel vuol farle un regalo ma non sa che comprare. E poi vuole darglielo quando nessuno lo vede: praticamente impossibile a scuola. E il padre viene a prenderla all’uscita. Chissà se Vanessa lo pensa. Chissà se parla di lui con le amiche. Manuel vuole scriverle un bigliettino con due cuori e una sola freccia ma ha paura che lei lo faccia vedere e che l’intera classe lo prenda in giro. L’idea di passare da romanticone non gli va a genio per niente.

Eppure a star così è da matti. Gli viene quasi idea di scrivere una poesia, come quelle d’amore che gli hanno fatto studiare, ma mica triste. Tutt’altro. Scherzosa e complimentosa. Una cosa che la faccia voltare e sorridere. Manuel ultimamente fa grandi riflessioni sull’amore. Cosa significa questa parola? Per lui è un fungo stretto a un altro fungo sotto una grande quercia, è la storia di due gocce d’acqua che cadendo diventano un unico fiocco di neve, è una febbre che il termometro non segna, e non c’è dottore né cura che la faccia passare. Ma chissà se anche per Vanessa è così.

Manuel ha la testa nella nuvola. La professoressa lo chiama, lo sveglia, facendolo precipitare dalla sua astronave in esplorazione in un universo ricciato. Lo sgrida e lo invita alla lavagna. Interrogazione lampo. Lui non fa in tempo a scavare la sua trincea che già lei l’ha mitragliato. Lo manda seduta stante a posto a prendere il diario. Una bella nota svolazzante da far firmare a Maria per l’indomani. Nuove nuvole nere meno simpatiche all’orizzonte. Temporali casalinghi e mirabolanti bugie da inventare. La professoressa è proprio puttana.

Ma Vanessa l’ha guardato, e a Manuel è sembrato che lei fosse triste. Certe cose si capiscono con uno sguardo. E però uno sguardo è troppo poco, ci vorrebbero parole per condirlo e renderlo meno enigmatico. E’ difficile rispondere con gli occhi quando si è insicuri. Eppure uno sguardo può bastare, come una scintilla, per accendere un incendio immortale. Deve parlare con Efisino, lui potrà forse mettere ordine nei pensieri di Manuel. Deve parlargli da uomo a uomo.

La casa di Efisino, a Borgo, è vicinissima. Dopo l’ultima campana, in cinque minuti Manuel è da lui. Efisino sta seduto su una sedia fuori dall’uscio. Legge un libricino consumato di mutetus campidanesi, i suoi preferiti. Ha gli occhiali senza stecche sul naso. Quando vede Manuel si alza e muove le braccia lentamente, come un cane attempato muoverebbe la coda all’arrivo di un grande amico. Efisino è vedovo. I suoi figli non vivono a Santa, ma spesso vanno a trovarlo. L’odore di sugo passa attraverso la tenda della cucina e fa venire l’acquolina in bocca al ragazzo.

Il vecchio sorride con gli occhi. Il suo viso è tutto rughe, il suo nasone è rosso e pieno di peli che escono dalle grosse narici. Efisino se lo tocca spesso, come se volesse allisciarselo. La sua voce, cupa ma calda, sembra quella di un’onda che sbatacchia il fondo di una piccola barca. Efisino parla sempre in sardo, Manuel risponde in italiano, ma questo non ostacola per nulla la conversazione. Quel che più piace a Manuel è che non gli servono tanti giochi di parole per spiegare le cose al vecchio, e ancora meno ne servono al vecchio per formulare le sue risposte. E’ un dialogo tra saggi, il loro.

Quando Manuel bofonchia il nome della ragazza e mette due parole in croce gli occhi del vecchio s’illuminano come il mare all’alba. Efisino ride, ma non di una risata che imbarazza, di una invece contagiosa, un po’ roca ma brillante e giovane. Manuel lo guarda stupito, ma non è per nulla pentito. Ora si sente libero. Seduto accanto al vecchio spalanca i palmi delle mani verso il cielo e attende un cenno. Efisino gli poggia una mano sulla spalla e, con gli occhi ancora lucidi, gli sussurra: “Ti depu contai unu contu. Abarras a prandi cun Efisinu su béciu?”

 

(Roberto Mura, settembre 2007)

Diamanti, dice la vecchia

(Da “Gente di Santa“, 9 cap)

E’ una giornata da far invidia all’estate. Dopo qualche giorno di tempo incomprensibile e di grigi orizzonti venati di nero il sole è di nuovo il signore del cielo e delle strade. L’aria è serena a Stampace. Signora Tina sta in silenzio sul suo letto con la schiena appena sollevata dai due cuscini posti sulla spalliera. Ha gli occhi sbarrati e guarda avidamente la luce che penetra nella sua stanza rendendo d’oro gli arredi. I capelli bianchissimi, la bocca sprofondata tra le rughe, la testa piccolina e tutta la sua magra figura le donano un’aria da nonna affettuosa. Maria prova tenerezza a vederla così.

“Vuole sedersi sulla carrozzina?”, le dice piano, mentre continua a piegare la roba e a metterla bene in ordine nei cassetti. Ha davvero tante belle cose la signora, tessuti che valgono una fortuna. Sua figlia ha catalogato ogni cosa. In questi momenti così calmi, così familiari, le pare di stare con sua madre, che invece è morta da tempo e dorme per sempre a San Michele. Ma signora Tina le potrebbe benissimo fare da nonna, dato che la vince suppergiù di quarantacinque primavere. Maria si volta e la vede ammiccare con gli occhi lucidi. Che fa: piange, o sarà mica che la vecchia ha intuito i suoi ragionamenti? Maria si avvicina, tira via la coperta e prende la signora di peso per metterla seduta sulla sua seggiola a ruote. La vecchia le cinge il collo con le sue braccine scheletriche e mugugna un po’. Oggi è talmente rilassata che pare un’altra. Ha uno strano sorriso scolpito sul volto, ed il suo viso è disteso, tanto che ottant’anni per lei ora sembrano troppi.

“Eriser’a noti nci fiant pantumas”, dice talmente piano che Maria trova impossibile che abbia parlato.

Eppure l’ha sentita davvero. Continua a spingere la carrozzina fino alla porta finestra. Si ferma prima di sollevare la seggiola per disporla sul balcone. La guarda curiosa e un po’ scossa, e le chiede: “Ita e’ chi nci fiant?”

“Pantumas – replica la vecchia – Umbras”. La sua voce giunge dall’altra parte del mondo. E’ una sorta di soffio sottile, spiritato e tenebroso, freddo come uno spiffero che passa sotto la porta. Maria è stupefatta. Un po’ turbata. Quelle parole e quel tono, in pochi attimi, le hanno fatto accapponare la pelle, cancellando il tepore del sole che imperterrito butta la sua luce nella stanza.

Maria non ha mai creduto ai fantasmi. La sua vita ha sempre avuto uno stringente legame con la realtà. Tanto che persino i suoi sogni si sono fatti verosimili, e il massimo della trasgressione – quando non ci sono bollette, bombole o brutte notizie dal carcere, i veri e propri incubi di Maria – è una vincita milionaria al gratta e vinci, perché qualcuno lo compra. E poi, naturalmente, oltre alla mania di fare il rosario mentre dorme c’è il sogno delle scalette infinite, ma quello è un’altra cosa. Vince ogni categoria di catalogazione. Qualche accenno ai fantasmi, Maria lo può trovare nella sua memoria arcaica, in vecchie storie raccontate da sua madre quand’era bambina. Ma ora le ha dimenticate. Eppure quella voce, quello spiffero uscito dalle viscere raggrinzite della vecchia, le ha rievocate con prepotenza. Come se una mano ossuta abbia tirato giù da uno scaffale abbandonato un libro sepolto dalla polvere e senza pensare l’abbia aperto facendo uscire gli spettri lì rinchiusi.

“Si ddas at ai bistas in su sonnu”, risponde Maria, quasi toccata nel vivo di una ferita dolente. Il libro ora è chiuso, la risposta è bastata perché quella mano ossuta lo riponesse nello scaffale abbandonato. E invece no, imperterrita la mano lo riacciuffa e lo riapre.

“T’apu nau chi ddas apu bistas, non chi ddas apu sonnadas”, aggiunge signora Tina, talmente immobile che Maria si china a guardarle la bocca per vedere se le labbra si siano mosse sul serio. Signora Tina solleva gli occhi e prosegue: “Fiat sa morti. M’at nau chi s’ora est arribbada. E intzandus mi seu narada: depu fai unu bell’arregalu a s’àngelu miu”.

Maria la guarda senza dir nulla. Sogna? Vuol rispondere e invece sta zitta. Ed è signora Tina che parla. “Portamì in coxina”. Maria la spinge senza fiatare. La vecchia le indica, accanto al televisore, un bel vaso in terracotta smaltata con dei curiosi fiori di legno colorato. Le fa con gli occhi di prenderlo, poi la invita a levare i fiori. “Bogandi su tapu”, dice. Il vaso ha un doppio fondo. Maria leva una sorta di tappo in gomma piuma. Dentro c’è un sacchetto di velluto rosso. “Custas funt is prendas mias, mi ddas at arregaladas maridu miu. Elisabetta at crétiu sempri chi mi ndi ddas iant furadas candu fiant intraus is ladronis in domu, ti dd’ia giai contau. Ma custas no ddas iant agatadas. Ddas apu allogadas poita asinunca Elisabetta ddas iat ai béndias, cumenti at béndiu is cuadrus, is prendas bécias de mama mia e medas atras cosas de importu. Imoi ti ndi ddas pigas tui. Ddu scis chi funt diamantis? Eduardu fiat sempri de bonu coru cun mei”. E ride, ride con gli occhi. Maria invece piange, e i suoi occhi riflettono la luce di quei preziosi. Tre anelli, due paia di orecchini, un bracciale e un collier. Varranno una piccola fortuna. Diamanti, dice la vecchia, che ora fa cenno di sistemare tutto e di riportarla nella stanza a prendere il sole.

(Roberto Mura, settembre 2007)